Salvatore larocca

Appunti su Candidoni e oltre…

Archivio per 1 febbraio 2010

La vita è un dono di Dio …e spesso per molti è l’unico ricevuto.

Pubblicato da salvatorelarocca su 1 febbraio 2010

Passavo, stamane, come quasi ogni sabato, per Laureana, per il solito caffè, la schedina, due chiacchiere, quando una mesta marcia funebre riempiva ogni angolo della piazza antistante la chiesa matrice e  le viuzze tutte attorno. Accompagnava le rituali strette di mano di un funerale quasi normale se non fosse per il fatto che c’era pochissima gente in una tarda mattinata di questo gennaio che volge al termine, tutto sommato neanche tanto freddo, ma nonostante ciò venti, trenta persone al massimo. Chiesi, nel mentre attendevo il caffè, chi era morto e, quasi con stupore, come avessi dovuto saperlo, Antonio mi disse, rapido, quasi a voler chiudere l’argomento: Morìu Alfonzu u zingaru, no sapìvi? No! Non lo sapevo, anche se dal tono forse avrei dovuto saperlo. C’era qualcosa che istituzionalizzava la cosa, ma mi sfuggiva,  non avevo visto i murali e non so  se avessi dovuto saperlo in qualche altro modo. Da  queste poche parole inizia  la danza dei se e dei ma, dei quando e perché. Nessuno sapeva come fosse morto. Chi lo aveva visto il giorno prima; chi non lo vedeva da giorni, chi aveva notato che stava male, chi non se n’era accorto di nulla. Per un attimo, però, se ne parlava, forse più a soddisfare una mia curiosità che per voglia di parlarne, ci si ricordava di lui, per sempre bistrattato e deriso, allontanato  sempre più nella sua folle solitudine, a stringersi nel bavero di una giacca troppo leggera per il freddo o a bagnarsi la fronte per l’eccessiva calura, emarginato dai suoi e dagli altri, in una follia non follia, irriverente e goliardica ad aspettare il nulla per riempirne il giorno di questo nulla perenne. Né ricchezza né povertà né fede né ragione, forse,   ma consapevolezza di emarginazione si, sicuramente,  nell’umiliazione malcelata del tentativo di spillare un caffè, una sigaretta, in modo quasi sempre maldestro, fino a portarlo a sicuri insuccessi e a convincersi, forse, che era ora di smettere, ritirandosi al suo solito gradino, ormai vinto dagli anni e dalla malattia. Una viva vissuta senza vivere, nell’assoluta indifferenza di tutti e tutto, con l’unica passione per i cavalli ed equini in genere,  fino a confonderne il valore nella scala delle priorità tra uomo e animale. Settanta anni, circa, di un gironzolare vago, approssimato, tra la piazza e la campagna avvicinandosi a stento ora agli uomini ora agli animali abbandonando anch’essi in fine.  Senza chiedere, però, né agli uni nè agli altri i quali, specie gli “uni”, non si sono mai interessati di chiedere se avesse avuto bisogno di qualcosa. E non gli “uni” qualunque, ma “gli “uni” preposti, quelli, cioè, pagati affinché facciano in modo, o almeno tentano,  che le alienazioni di questo tempo non lo siano per tutto il tempo, perché gli “uni” qualsiasi si girano già da soli dall’altra parte . Passerà presto il ricordo, anche in questo tempo, nonostante fosse espressione di questo tempo, nonostante fosse anche il suo tempo e noi continueremo ad illuderci, chiedendo ancora chi è morto senza capire che nonostante tutto è il proprio “villaggio che si diminuisce” nell’indifferenza. “La vita è un dono di Dio” ed è stato l’unico che Alfonso ha ricevuto, restando inesorabilmente vuota perché dal mondo e dagli uomini non ha ricevuto doni,  solo indifferenza e una mesta marcia funebre.

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