Salvatore larocca

Appunti su Candidoni e oltre…

I fuochi… spenti!

Posted by salvatorelarocca su 28 luglio 2015

fuochi-dartificio

Fuochi d’artificio

Sarà giusto spendere tanti o pochi soldi per i fuochi d’artificio nelle feste patronali, ci si chiede, spesso, quasi sempre dopo aver assistito allo spettacolo però, a notte fonda, non senza colorite note polemiche sul giusto impiego delle risorse, dimenticando che quasi sempre sono risorse private. Certo, l’attenzione da porre ad evitare sperperi è demandata ai vari componenti che si prodigano nella gestione e organizzazione delle feste stesse. Sta a loro, e alla loro coscienza, pianificare interventi da attuare, anche nel sociale, nella parrocchia, nella chiesa struttura, nel suo mantenimento, come sta pure ai fedeli donare o meno le proprie offerte. La meraviglia dei fasti, però, spesso ci fa dimenticare che ogni nostro momento di spensieratezza, di relax o di fede partecipata è possibile solo per lo sforzo di alcune persone, reso possibile con il loro lavoro. Certo, sono pagati, si potrebbe obiettare, forse lo sono, diciamo noi, o almeno lo speriamo, ma la sacralità del lavoro, di quello duro specialmente, merita sempre rispetto a prescindere dalla ricompensa ricevuta. Le tragedie dell’uomo, ad ogni latitudine, lo sono a prescindere, per tutti gli uomini, se ci toccano personalmente o meno perché poi, tra i vari retaggi, in qualche maniera giungono sempre fino a noi, ci coinvolgono. Così può dirsi per le nove persone che sono periti nello scoppio della fabbrica di fuochi d’artificio di Modugno, in provincia di Bari, alcuni di loro giovanissimi. Stavano lavorando per gli “inutili fuochi” si potrebbe pensare, stavano lavorando per portare il pane a casa , sarebbe giusto dire, e stavano lavorando per noi. Lavoravano anche per noi, perché chi lavora già di per se lavora per gli altri, lavoravano anche per i nostri momenti di relax estiva, per illuminare qualche momento di stupore con le loro luci e “costringerci” con il naso all’insù con i loro colori, i loro sacrifici, i loro sforzi, le loro paure. Lavoravano anche per noi perché erano, o sarebbero stati, i fuochisti per la festa di San Rocco a Stelletanone di Laureana che da secoli, ormai, colora la notte della festa per il santo pellegrino della carità. Non ci saranno luci e colori, quest’anno e la notte sarà sicuramente buia, ma mai quanto il cielo di Modugno in questi giorni, come non ci sarà processione per altra forma di “oscurantismo”. C’è uno spiraglio che illumina gli animi, però, quelli caritatevoli, che allungano il passo rispetto i secondi, impantanati tra le loro vesti, che con gesto nobile devolverà tutto quanto previsto per i fuochi d’artificio alle famiglie colpite dalla tragedia. Non ci saranno fuochi, quindi, ma la loro mancanza sarà commemorazione. Un gesto che non ha bisogno di nomi, perché sulle opere di bene ci si distrae facilmente, ma che aiuta a pensare sulla solidarietà.

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Sembra un Morandi, ma non lo è.

Posted by salvatorelarocca su 22 luglio 2015

bottiglie copia

Sembra un Morandi

Ci capita di soffermarci, sempre più spesso, sui vari disservizi, mancanze e, a volte, omissioni, in giro per i nostri centri, quasi sempre imputabili, come ultima istanza, all’inefficienza dei vai enti, primi fra tutti, naturalmente, i comuni. Quasi sempre, però, non si riesce a personalizzare colpe e mancanze, ma tutto resta sospeso e aleatorio tra comune, in senso generale o, al massimo, in capo all’amministrazione, anche qui spersonalizzata dai suoi componenti. Sempre più difficile appare stabilire di chi sono le colpe, se colpe ci sono, non tanto per mancanza di elementi, ma per il senso che si ha del valore del bene comune. Altro aspetto importante a cui non si fa mai riferimento è l’etica del lavoro che, nel pubblico, (leggi stipendio sicuro), la sua evoluzione è stata direttamente proporzionale all’etica della politica. Ti accorgi, allora, che quasi sempre risorse ed energie, oltre ai buoni intenti, non bastano, anzi, ogni sforzo posto in essere per raggiungere un’efficienza di base, cozza con il pressappochismo, la strafottenza, il piccolo sotterfugio, il tragitto più lungo, la mancanza di rete, i guasti improvvisi e quelli “inaspettati”, il caldo, il freddo, per non parlare della pioggia. Candidoni, come si sa, è un piccolissimo paese, con poche persone ma vasto territorio che garantisce buone risorse, che, da sempre, assicurano un’efficienza di base in tutti i settori, seppur negli anni passati c’era qualche dipendente in più, per la verità, ma il tutto era rigorosamente manuale. Oggi, fortunatamente, tutto è automatizzato e si dispone di diversi mezzi ad uso dei servizi comunali. Ti accorgi, però, di essere indietro anni luce, quando ti confronti con realtà diverse. Capita che una famiglia che vive al nord da quasi trent’anni, ormai, torna al paese, seppur per pochi giorni, e ti chiede come comportarsi con i rifiuti, abituati alla differenziata totale. Spieghi per sommi capi come funziona il servizio, indichi i giorni di raccolta e i colori da utilizzare per i sacchetti. Non hanno difficoltà, naturalmente, per carta e plastica, né ad utilizzare sacchetti adeguati, autonomamente, nei giorni di raccolta. La difficoltà che riscontrano è per il vetro. I dieci giorni di soggiorno non coincidono, per poco, con i giorni di raccolta. Si tratta di 4/5 bottiglie che andrebbero ad incrementare i 50/60 di produzione cittadina mensile. Non c’è isola da recarsi personalmente, per cui invito a deporle vicino ai cassonetti, al di fuori, in vista, la raccolta sarà il giorno dopo, si accorgeranno sicuramente e verranno ritirate, pensavo…

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Le apparizioni dove non appare nulla

Posted by salvatorelarocca su 8 luglio 2015

madonna Si ripete l’appuntamento con il      trascendente, in quell’antico rione di Quarantano, autentica testimonianza di una ruralità laboriosa che ne conserva il fascino, scelto dalla Vergine Maria per un passaggio terreno ad ogni tredici del mese, per mezzo di una sua eletta, ammantata evidentemente di spiritualità, seppur sfuggente ai molti, e che fa da tramite tra cielo e terra, tra purezza e corruzione, tra divino e terreno. Una piccola folla, molto meno di quanto ci si aspetta, fluisce tra i secolari ulivi, verso uno spiazzo, antistante una casa del vecchio borgo, dove una piccola nicchia protegge la statua di una madonnina. Si attende l’ora nona, fossimo stati nella liturgia delle ore, tradotto, invece, dalle tre del pomeriggio, che ci si scioglie al sole, amplificato dal greto arido di una fiumara antistante, luogo di antichi pantani, cagione di malaria prima delle bonifiche, che a Quarantano venivano portati gli infetti, in un sanatorio nella speranza di sconfiggere quel “male nero”. Luogo di sofferenza, quindi, per cui la scelta appare obbligata, seppur direttamente suggerita, stante le voci di chi sa. A nulla sembra essere servita la dura presa di posizione del Papa, contro veggenti, apparizioni e pianti, addirittura inserita in una riflessione contro chi “annacqua l’identità cristiana”. Il megafono incita alla preghiera, in mano ad un improbabile moderatore, in procinto dell’ora stabilita, proprio per la chiesa ed il Papa, oltre a tutto il clero, che invita a sventolare i fazzoletti all’Ave Maria, spingendosi, in un slancio di ottimismo, ad emulare, com’è “consuelo” a Lourdes, per un evidente “consueto”. S’incomincia a sgranare il Santo Rosario e s’immette in quel profondo e doloroso tracciato dei mali incurabili, del “terminale”, legittima speranza affidata alla preghiera, al dialogo con Dio, unica “lanca, in cui la corrente del fiume del tempo si ferma”. Temi che non dovrebbero far parte di un desiderio di materializzazione di un Dio ad uso e consumo, ma lasciati all’intimità di ognuno, perché sofferenza reale, intima ed intensa che solo trascendendo si può realizzare. A Quarantano c’è la Madonna, da sempre forse, in una chiesetta spoglia, antica, essenziale alla preghiera, che ti sorprende nel passare davanti al portone aperto. E’ lì, che invita ad entrare, con un simulacro bellissimo dell’Immacolata, che tende la mano. Non passa inosservata la presenza di un prete, parroco diocesano, che si siede nel circo magico vicino alla veggente, mentre la gente si accalca, aspettando l’evento. Non si muove, l’uomo di chiesa, troppo imbarazzato, evidentemente, dell’imbarazzo provato alle 15.20 in punto, quando, sotto il sole cocente, la donna, al secolo Teresa Scopelliti, con un guizzo s’inginocchia volgendo lo sguardo nel nulla di un punto indefinito, mentre inizia il coro dei “ecco ecco vedi , gira, si abbassa, va su, si alza, non vedo nulla; io niente, si guarda lì”, ma alzando gli occhi al cielo il sole ti acceca restando allampanati. Eppure quell’uomo avrebbe dovuto alzarsi, se non presente solo per curiosità, ed invitare alla fede, a quella autentica, che non abbisogna di prove empiriche, ma si realizza nel quotidiano. La Vergine Maria, madre di Cristo, non può essere prerogativa di singoli, ne modificherebbe la storia del cristianesimo e forse, su questo, potrebbe dire qualcosa il Vescovo.

 

 

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